28/02/2017

La leggenda del caprone e di San Pancrazio

Le notti di fine inverno sono ingannevoli. Un velo di nebbia scende, talvolta, a confondere contorni e punti di riferimento; oppure la patina lucente di poca pioggia crea strani riflessi.

Fra Castelletto d’Orba e Silvano, più strade si biforcano, si dividono, affievoliscono in viottoli o sentieri, divergono dai percorsi consueti per raggiungere una cascina o perdersi fra i vigneti.

Ma è nelle notti senza luna, si narrava un tempo davanti ai camini e nelle stalle, che, allo scoccare della mezzanotte, occorre tenersi alla larga da certi incroci e ponticelli. Proprio i crocicchi, in molte tradizioni, sono luoghi di magia, perfino atti a catturare il male e il bene, e questa leggenda vi collocava, sul confine tra i due paesi, una terribile insidia, non di questo mondo, che deve aver fatto rabbrividire più di un ascoltatore.

Si narrava, dunque, di carrettieri, d’incalliti bevitori, di donne chiamate ad aiutare malati e partorienti, che per buone o cattive ragioni percorrevano la via nel buio più fondo. A illuminarne i passi provavano fiochi lumini, mentre i fatidici rintocchi stavano per suonare.

Ed ecco che, da una macchia di arbusti, ma senza che ben si comprendesse la provenienza, diceva il narratore, appariva un caprone nero, dagli spaventosi occhi di brace, che bloccava il passaggio al viandante balzando da un lato all’altro senza rumore, mentre un tremendo odor di zolfo chiudeva la gola insieme alla paura.

Una bestia simile poteva venire solo dagli inferi, e stare in attesa di anime sventurate.

san pancrazio silvano d'orba

Nella foto Santuario di San Pancrazio sulla collina di Silvano d'Orba. (Foto di gian67mario12)

Qualcuno afferrava il rosario, altri si raccomandavano a San Pancrazio, il santo ragazzino il cui santuario sulla collina è tanto caro ai silvanesi, e, con la forza delle loro preghiere, giungevano sani e salvi a casa; malvagi e peccatori incalliti, però, avevano ben poche possibilità di sfuggire al predatore dagli zoccoli avvolti di fumo sulfureo. Il nostro immaginario narratore, davanti a qualche sguardo incredulo, avrà precisato che il giorno dopo il paese avrebbe deplorato un incidente, oppure  un vagabondo dedito al vino sarebbe sparito, apparentemente, nel nulla. Il potere diabolico, però, pur se confinato in un breve lasso di spazio e di tempo dal potere dei luoghi di devozione vicini, reclamava le anime perdute. E chissà quanti, almeno fino all’avvento dei fari automobilistici, trovandosi fuori Castelletto verso mezzanotte, avranno provato un senso di guardingo disagio.

 

Si ringrazia Patrizia Ferrando per aver messo a disposizione del Distretto del Novese il racconto soprascritto.

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